Chi l'ha visto?Tra il 2001 e il 2002, a Bolzano/Bozen, un nutrito gruppo di giovani dei tre gruppi linguistici si mobilita deciso in favore del plurilinguismo. E’ la brevissima seppur gloriosa e intensa parentesi de “Il Ponte-Die Brücke”, giornale bilingue curato da studenti superiori (tra i quali alcuni esponenti delle Consulte studentesche provinciali) e universitari. Nessuno sa che fine abbia fatto questo nucleo di intraprendenti e soprattutto l’entusiasmo che li muoveva. Lancio un appello ai lettori: vi prego, aiutatemi a rintracciare almeno un paio di loro! ;-D

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Picchio rosso.

Ieri, presso l’osteria “Picchio” a Quirein/Bolzano, ho partecipato al primo dei “dialoghi del mercoledì”, una serie di appuntamenti organizzati dai genitori di “Mix-ling - Eltern für una scuola plurilingue”, associazione nata per favorire in Alto Adige-Südtirol l’evoluzione di un modello scolastico plurilingue: 1, 23, 4, 5, 6. Tema della serata, un confronto con Verena Debiasi e Christine Tonsern sul loro progetto di mehrsprachige Schule à la sudtyrolienne. Tra i presenti (ca. una ventina di persone), Brigitte Foppa della Consulta dei genitori/Landesbeirat der Eltern e Riccardo Dello Sbarba, presidente del Consiglio Provinciale/Landtag.

Das Südtiroler Modell mehrsprachiger Schulen und Kindergärten. (more…)

Vorrei proporre la lettura di un piccolo testo che scrissi qualche mese fa in occasione di un incontro sul plurilnguismo, organizzato, a Bressanone, dalla locale Lista Verde-Eco-sociale. Si tratta sostanzialmente di una riflessione preliminare da anteporre - nelle mie intenzioni - ad ogni proposta “tecnica” di miglioramento dell’insegnamento delle lingue in un contesto plurilingue ed etnicamente frammentato qual è la provincia autonoma di Bolzano.

La necessità di questa riflessione preliminare è data, a mio avviso, dalla persistenza di atteggiamenti ideologici che bloccano in partenza la possibilità di comunicare effettivamente sulle questioni (vere) che dovrebbero essere discusse. Generalmente assistiamo cioè ad una battaglia di posizioni tra sostenitori del “cambiamento” e paladini della “conservazione” che si esaurisce quasi sempre in una schermaglia fatta di accuse reciproche. Schermaglie che poi si rivelano - per ambo i contendenti -  prive di significativi sviluppi (ognuno rimane della propria idea e amen, fino alla prossima querelle).

Non sto con questo dicendo che sia possibile ottenere facilmente un punto di vista super partes in grado di sciogliere i nodi più resistenti delle posizioni in campo. Sto solo dicendo che sarebbe bene (pur adottando un certo punto di vista) capire meglio in che cosa consista questo contrasto al fine di proporre soluzioni che non abbiano come unico esito quello del suo irrigidimento.

Qui è possibile scaricare il testo: Verso il plurilinguismo. Sì, ma come?

Riporto brevemente alcune dichiarazioni del presidente uscente, Walter Amort, all’assemblea annuale del Wirtschaftsring, tenutasi ieri a Bolzano:

«L’importanza dell’integrazione degli stranieri in questi anni è stata sottovalutata. Si poteva fare di più, anche perché la nostra economia ha bisogno degli stranieri, senza di loro non resta in piedi. La nostra società è destinata a diventare sempre più multiculturale e dobbiamo accettarlo. Non possiamo pensare di chiuderci a quello che viene da fuori, mantenere la propria lingua e le proprie tradizioni non significa dire no a tutto quello che viene dall’esterno».

E poi:

«Viviamo in una terra bilingue, ma ci sono troppo pochi altoatesini che parlano bene l’italiano e il tedesco. Su questo bisogna assolutamente migliorare, serve l’impegno di scuola e famiglie».

Le dichiarazioni sono riprese dal quotidiano Alto Adige .

Aggiornamento alle ore 19.00 del 10 giugno 2008

In Consiglio provinciale a Bolzano è stata discussa oggi una mozione di Pius Leitner, la 514/07-XIII, le cui conclusioni sono esattamente l’opposto di quelle di Walter Amort. Riprendo qui dalle News del Consiglio provinciale i punti salienti delle argomentazioni di Pius Leitner:

“Il principio della madrelingua va tutelato, opponendosi a progetti di immersione: ne è convinto il consigliere Pius Leitner (Die Freiheitlichen) che ha presentato sul tema una mozione segnalando come per aumentare le ore di italiano nelle scuole tedesche si debba diminuire le ore di tedesco o aumentare il monte ore complessivo, soluzioni entrambe impraticabili senza danneggiare i bambini. Inoltre, secondo Leitner si ignora il problema della sempre maggior presenza di bambini stranieri, il che rende fondamentale un corretto insegnamento del tedesco. L’immersione comporterebbe poi una perdita di identità. Per questo, egli ha chiesto di impegnare la Giunta provinciale a prendere le distanze da qualsiasi forma di immersione nelle scuole dell’Alto Adige, tutelare il principio della madrelingua ed adottare misure contro l’impoverimento della lingua tedesca. “Per una minoranza”, ha detto Leitner, “è fondamentale mantenere la propria identità. Non dobbiamo dimenticare che i meccanismi di tutela sono necessari proprio perché non siamo italiani, bensì tedeschi e ladini: i nostri giovani devono poter studiare bene il tedesco. Le lingue straniere sono importanti, tuttavia il principio della madrelingua non deve cadere”. Secondo il consigliere, la reclamata scuola unitaria interetnica rientrerebbe nel progetto di chi vuole l’assimilazione, ed è quindi da contrastare.” (Consiglio - 10.06.2008 12:02 (MC))

Secondo aggiornamento alle ore 20.30 dell’ 11 giugno 2008

Devo necessariamente aggiungere questa ulteriore esternazione di Pius Leitner, in Consiglio provinciale oggi, che potremmo titolare: “Il principio del bilinguismo è superato” o, in alternativa: “Sezioni pluriingue? No grazie, troppo costose”. La fonte è sempre in una news del Consiglio:

“ha preso parola anche Pius Leitner (Die Freiheitlichen), dubitando che siano sempre di più le famiglie che considerano importante il bilinguismo: “Il principio del bilinguismo è superato. Agli altoatesini di lingua tedesca, la conoscenza dell’inglese sarà più utile di quella dell’italiano: non significa che non dobbiamo imparare l’italiano, ma è evidente che nelle valli sono pochi i sudtirolesi che usano l’italiano. Io sono contrario alle sperimentazioni ed all’immersione, che ritengo un cavallo di Troia, ma non all’apprendimento delle lingue: soltanto, non bisogna dimenticare le esigenze di tutela della minoranza”. Leitner ha inoltre invitato a riflettere sui costi che comporterebbe l’istituzione di sezioni plurilingui, e per quanto riguarda le scuole dell’infanzia, ha sollecitato a non farne scuole di lingue. (MC)

Dialoghi del mercoledì - Mittwochdialoge
Eccoci! Es ist so weit!
Mercoledì 11 giugno - Mittwoch 11. Juni
ore 20.30 Uhr
bar Picchio
Via San Quirino 10 - Quireinerstraße 10
verranno Verena Debiasi e Christine Tonsern ad esporci il loro modello di scuola plurilingue e ne discuteremo insieme.
werden Verena Debiasi und Christine Tonsern uns ihr Modell einer mehrsprachigen Schule vorstellen und wir werden gemeinsam darüber diskutieren.
Vi aspettiamo numerose e numerosi. Inoltrate l’invito a chiunque possa interessare
Wir erwarten euch zahlreich. Leitet die Einladung an Interessierte weiter.

massenhaft eltern! So steht das heute in der ff.

Mich wundert das nicht wirklich. Seit jahren schon höre ich als elternvertreterin klagen über die mangende zweisprachigkeit der südtiroler jugendlichen, seit jahren meutern deutschsprachige eltern darüber, dass es mit dem italienisch ihrer kinder einfach nicht klappen will. Als landesbeirat der elern haben wir denn auch eine umfrage unter unseren delegierten gemacht.

58% waren dafür, 2sprachige klassen einzuführen.

Eltern sind eine vorsichtige kategorie, meist recht konservativ und auf jeden fall querbeet durch alle politischen lager. Und doch: eine klare mehrheit spricht sich dafür aus, dass es 2sprachige klassen geben soll.

Wie schon bei der einführung von italienisch in der 1.klasse grundschule vor einigen jahren sind die eltern da der politik voraus.

Eltern wissen genau, was sie für ihre kinder wünschen.

Dem gegenüber wirken politikerInnen, die sich hinter volkstümelnden argumentationen verbarrikadieren, als die großen anachronisten unserer zeit!

Il settimanale FF in edicola oggi ha pubblicato i risultati di un sondaggio a campione, commissionato a un’agenzia specializzata.

Tre i temi fondamentali del sondaggio:

  1. la domanda della domenica successiva ( cioè cosa voteresti se si votasse domenica prossima per le provinciali di novembre?)
  2. i desiderata sulla successione al Landeshauptmann
  3. una serie di quesiti su temi caldi del dibatto politico-sociale in Sudtirolo.

Tra questi ultimi temi caldi, quasi d’obbligo la domanda sul bilinguismo, con la quale si è chiesto ai singoli intervistati se non ritenessero giunto il momento di una scuola bilingue in provincia di Bolzano.

La risposta alla domanda è stata sorprendente: l’81 per cento degli intervistati di tutti i gruppi linguistici ritiene che i tempi siano maturi per una scuola bilingue, di questi il 73% dichiarano di essere tedeschi, il 98% italiani.

Riporto i dati a memoria, visto che in questo momento non ho sottomano la mia copia di FF, che ho al solito dimenticato di portare con me, per cui se ci sono imprecisioni vi prego di rettificare tempestivamente.

FF incrocia anche i dati con quelli delle preferenze elettorali e spiega che il 74 per cento delle persone che voterebbero SVP ritiene auspicabile una scuola bilingue. Naturalmente non sono solo tedeschi quelli che danno preferenza alla SVP, ma anche l’11% degli italiani (altra sorpresa: gli italiani risultano generalmente meno critici verso l’operato amministrativo della Giunta provinciale dei tedeschi).

Interessante sarebbe avere piu’ incroci, per esempio conoscere l’orientamento verso la scuola plurilingue dei potenziali elettori di ogni formazione politica. Ho una certa impressione che il tema del bilinguismo sia trasversale e probabilmente non controllato (o non controllabile) dai vertici dei singoli partiti.

Prima pagina dell'Alto Adige del 22 dicembre 1998
Clicca per ingrandire l’immagine.

Accidenti, si tratta di una notizia di dieci anni fa..
Puo’ essere attuale oggi tutto questo? Mi chiedo, in che forme e in che modi?

Sono nato a Vipiteno dove risiedo da sempre e dove sono cresciuto in un ambiente plurilingue.
Mia madre ha origini austriache (Vorarlberg) e vive in Alto Adige da ormai più di 20 anni, così come anche mio padre che invece è originario della Puglia. Visto che ho la mamma dell’Austria e il padre italiano, nella mia famiglia di conseguenza non si parla una sola lingua, ma comunichiamo con due, anzi tre lingue. Con mio padre ho sempre parlato in italiano, con mia madre, mia sorella e mio fratello invece ho sempre parlato in un dialetto tedesco, cioè nel dialetto del Vorarlberg, da dove proviene mia mamma, che è simile alla lingua degli svizzeri tedeschi. Anche con i miei parenti austriaci ho parlato sempre nel dialetto del Vorarlberg. Con i miei parenti pugliesi invece non ho mai parlato nel dialetto pugliese (che capisco ma non parlo), ma solo in italiano.

Ho frequentato per tre anni l’asilo italiano di Vipiteno prima di passare alla scuola elementare tedesca dove ho incontrato una novità: il dialetto sudtirolese parlato dai miei nuovi compagni di classe che all’inizio non ero in grado di parlare e nemmeno di capire. Solo dopo qualche settimana, in prima elementare, ho imparato a comunicare anche nel dialetto sudtirolese. Oggi posso dire che ho una conoscenza molto buona del dialetto sudtirolese, che parlo quotidianamente durante il mio lavoro e con i miei amici di lingua tedesca.

Durante il mio percorso scolastico nella scuola elementare da insegnanti e compagni di classe non sono stato chiamato Davide ma “David”. Ero troppo piccolo per capire e pensavo che fosse normale visto che anche Stefano è stato chiamato “Stefan” e Fabio “Fabian”.

Quando poi sono passato alle scuole medie (sempre in lingua tedesca) ho insistito molto per farmi chiamare Davide da tutti, compresi insegnanti e coetanei che volevano chiamarmi David. A loro ho spiegato che non mi chiamo David ma Davide con la “e” dietro (per chi non capiva o non voleva capire).

Mi considero una persona bilingue, una persona che parla due lingue (nel mio caso italiano e tedesco) e mi considero anche una persona che vive quotidianamente con le sue due lingue. Infatti, guardo la televisione, leggo libri e ascolto musica sia in italiano che in tedesco.

Quando ho frequentato la scuola media in lingua tedesca spesso mi sono sentito discriminato per il solo fatto di avere un cognome italiano e di parlare meglio degli altri miei compagni di classe la lingua italiana. Non ero considerato un Italiener ma un Walscher. E questo mi dava assai fastidio.

Per questo motivo (ma anche per migliorare la mia conoscenza della lingua italiana) ho poi deciso di frequentare la scuola superiore italiana dove non mi sentivo più discriminato per il solo fatto di essere italiano, per il solo fatto di parlare l’italiano.

Personalmente da sempre sono abituato a parlare in italiano con gli italiani e in tedesco con i tedeschi. Credo che la lingua sia anche un importante fattore personale. Io per esempio sogno e penso in due lingue, anche perchè la parola “casa” ha lo stesso significato della parola “Haus”.

Oltre all’italiano (che considero la mia madrelingua) e al tedesco parlo anche discretamente l’inglese con qualche difficoltà di pronuncia, ma in ogni modo me la cavo comunque.

Concludo questa mia breve biografia linguistica sottolineando che più lingue una persona è capace di parlare meglio è. Per questo l’insegnamento della seconda lingua nelle scuole dell’Alto Adige va sostenuto maggiormente, senza che ci siano però delle discriminazioni. Questo vale per tutti.

Davide Orfino

Nel secondo numero della rivista “tribüne” (che verrà presentata oggi, alle ore 18.00, nel vecchio Municipio di Bolzano) è apparso un articolo di Aldo Mazza che sembra scritto apposta per noi. Il titolo del numero in questione è “Die deutsche Sprache in Südtirol” ed è stato curato da Franz Lanthaler. 

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Sono nato a Bressanone il 1. giugno 1956. I miei genitori sono calabresi; mia madre era maestra, mio padre magistrato. La nostra era una casa piena di libri, la cultura e le sue manifestazioni erano tenute in grande considerazione.

In famiglia si parlava italiano, senza coloriture dialettali; i miei genitori avevano studiato e vissuto a Roma “correggendo” il loro accento. Nonostante ciò il dialetto calabrese rientrava in famiglia attraverso due canali. Intanto le lunghe vacanze estive che passavamo in Calabria; in secondo luogo le citazioni: anche se non parlavano dialetto tra loro, sia mia madre che mio padre amavano ricordare modi di dire ed espressioni del loro vernacolo, usandolo come si fa con una lingua “dotta”. Il dialetto calabrese (o meglio quello che si parla nella zona dei miei: l’alto Ionio) è così diventato uno dei miei riferimenti linguistici: lo comprendo bene, anche nelle sue sfumature, e posso tentare di parlarlo – ma so bene che la mia pronuncia fa ridere i calabresi veri.

Nel 1962 i miei genitori mi iscrissero alle scuole tedesche: l’istituto privato Englische Damen, di Bressanone. In classe eravamo più di 30 bambini; io ero l’unico italiano. Non conoscevo alcuna parola tedesca, o dialettale, fino ad allora. Le prime che imparai furono “Olle auf’n Walschn” (“Tutti addosso all’italiano”): era il grido con il quale, finite le lezioni, alcuni miei compagni di classe si avventavano contro di me. La cosa durò pochi giorni, fino a quando ricevetti una cartella in testa che mi procurò una piccola ferita. Quell’episodio allarmò i genitori; ci furono telefonate e il giorno dopo arrivarono le scuse di Urban, che si presentò a casa mia con un pacchetto di caramelle. Divenimmo grandi amici, da quel giorno.
A scuola ebbi un periodo di grosse difficoltà. Conservo un’immagine abbastanza netta di un foglio sul quale dovevamo scrivere alcune parole. Dopo la correzione il mio compito era … un campo di battaglia, con più segni rossi, quelli della maestra, che parole scritte con l’inchiostro blu. Più di una volta tornai a casa piangendo perché non capivo quel che dicevano in classe; ritenevo anzi che me lo facessero apposta. Ricordo un lungo colloquio con mia madre e mio padre che mi rassicurarono: non lo fanno apposta; quella è la loro lingua, col tempo la capirai anche tu.

Così avvenne, in effetti. Sono stato un ottimo scolaro, anche se, come tutti, confondevo spesso lingua e dialetto. Sento il dialetto sudtirolese come “mio”: lo parlo con disinvoltura e con una pronuncia più che accettabile.

Cominciai invece ad avere difficoltà con il tedesco alle scuole superiori. Il mio primo compito in classe al ginnasio “Walther von der Vogelweide”, di Bolzano, era anche esso uno “Schlachtfeld” pieno di segni rossi. Frequentai le scuole tedesche fino alla V. ginnasio; gli ultimi tre anni di liceo li ha fatti al “Carducci” di Bolzano. Lì non ricordo di avere avuto difficoltà linguistiche, anche se molti dei termini tecnici (in matematica, geometria, grammatica, ecc.) li conoscevo solo in tedesco.

Negli anni delle superiori frequentai i primi corsi di inglese, lingua che coltivavo anche ascoltando le canzoni dei miei idoli musicali e studiandone i testi. Anche successivamente ho frequentato corsi di inglese e ho continuato a usare quella lingua, specialmente nei viaggi e seguendo programmi televisivi. La uso anche adesso, a volte persino nella mia professione di giornalista, quando devo intervistare qualcuno che non parla tedesco né italiano. Penso di avere una buona competenza passiva, in inglese, ma devo chiedere consigli quando mi trovo a formulare domande o a scrivere.

Durante e dopo gli studi universitari ho avuto una nuova, più intensa e matura, frequentazione della lingua tedesca, che dura fino ad oggi. E’ in questa fase, successiva alla scuola, che ho approfondito ulteriormente le mie conoscenze. Metà della mia biblioteca è costituita da libri tedeschi; tedeschi sono anche i motori di ricerca in internet dei quali mi servo. Parlo quotidianamente tedesco e dialetto sudtirolese; se devo scrivere un testo informale in tedesco (una lettera, un appunto o altro) non ho difficoltà; so però che faccio errori e non darei mai un mio scritto in tedesco da pubblicare se non è stato prima corretto.

Direi che ho ottime competenze passive e buone competenze attive in tedesco. Non posso certamente definirmi un “bilingue perfetto”.

Lucio Giudiceandrea

Typische Situation heute in einer völlig unverdächtigen Arbeitssitzung. Mehrere mir neue Gesichter sitzen in der Runde und am Ende der Besprechung kommt das Gespräch auf die Mehrsprachigkeit. Im Nu sind wir mittendrin in unseren Sprachbiografien, in unseren familiären Geschichten zur Zweisprachigkeit. Wir stellen fest, dass unsere Kinder die Sprache der Mutter und die des Vaters jeweils nach ganz anderen Kriterien identifiziert haben: Mein Sohn hatte daraus eine wie-sagt-das-der-babbo-Sprache und eine come-dice-la-mamma-Sprache gemacht, meine frühfeministische Tochter hatte den beiden Sprachen ein Gender-Kriterium umgelegt und sprach von einer “Frauensprache” (Deutsch) und einer Männersprache (Ital). Gabriele erzählte, sein Sohn habe die Menschen in “Hallo’s” und “Ciao’s” eingeteilt… sind das nicht unglaublich zärtliche und lustige Geschichten von einer Welt, die wir Einsprachige niemals erleben durften?

Ich freue mich seit Jahr und Tag mit meinen Kindern über ihre reiche Sprach- und Kulturenwelt und um das immer wieder kund zu tun und diesen Stolz und diese Freude über den inneren Reichtum von Südtiroler Kindern mit vielen Menschen zu teilen, hab ich mich für das Mitschreiben an diesem Blog entschieden.

Denn ich spüre, dass das Thema einen unglaublichen und wunderbaren Sog hat, dass es mit sich reißt und die Menschen in den Bann zieht. Vielleicht geht das mit vielen lange tabuisierten Themen so, wenn die omertà endlich gebrochen wird und das Reden darüber denk- und machbar wird.

Die Zwei- und oft auch Mehrsprachigkeit in Südtirol ist an diesem Punkt ihrer Geschichte und ich freu mich unheimlich, ein Stück davon mitschreiben zu dürfen. Auch hier, auf diesem Blog!

Brigitte Foppa

 

Ich bin in einer deutschsprachigen Familie aufgewachsen. Mein Vater hat aber stets Wert darauf gelegt, dass wir Italienisch lernen und so haben wir zu Hause immer wieder am Sonntag Abend für eine Stunde Italienisch gesprochen.

In der Schule waren meine Italienisch-Leistungen auf Grund meiner Faulheit eher mäßig.
Was mir immer ein Gräuel ist und bleibt, ist die Erfassung einer Sprache über die Grammatik. Das klappt bei mir nicht, ich lerne Sprachen intuitiv, aus dem Sprechen heraus und durch Empirie, indem ich die Satzstrukturen durch Aufnahme vieler Sätze verinnerliche. So habe ich auch Deutsch gelernt, denke ich, vor allem mit der Hilfe von Karl May, den ich im Alter zwischen zwölf und vierzehn regelrecht „gefressen“ habe.

Schon als Mittelschüler besuchte ich einen Englischkurs in Brixen.

In der Oberschule (Hotelfachschule Kaiserhof Meran) wurde Wert auf Fremdsprachen gelegt und wir hatten 5-6 Wochenstunden Englisch und Französisch, natürlich auch 5-6 Wochenstunden Italienisch. Im Rahmen der Ausbildung verbrachte die ganze Klasse auch einen Monat an der Sommer-Universität in Angers/F, ein tolles Erlebnis für Heranwachsende und ein wirklicher Französisch-Schub.

Gut Italienisch lernte ich, als ich nach der Oberschule eine Saison in Venedig arbeitete und dann einige Semester italienisches Recht in Innsbruck studierte. Zwischendurch war ich auch als Dolmetscher/Übersetzer bei der Übergabe einer großen Industrieanlage der Snamprogetti an die Auftraggeber in Freiberg/DDR tätig.

Im Zuge meiner Tätigkeit bei einem Brunecker Industrieunternehmen war ich auch in den Aufbau einer Spanien-Niederlassung involviert und habe daher einige Spanisch-Lektionen erhalten, bzw. mit der Sprache zu tun gehabt und habe gespürt, wie schnell man „ins Spanische hineinkommt“, wenn man Italienisch und Französisch spricht.

Da ich in den letzten Jahren Englisch beruflich benötigte, habe ich auch das Englische wieder auf ein akzeptables Niveau bringen können.

Markus Lobis

Figlio di padre Carlo/Karl Berger (Bolzano) e di madre Carmen Negherbon (Rovereto), sono nato il 16/05/1954 a Bolzano.

Mio padre, nato nel 1926, figlio di Lino Berger di Anterivo e di Lina Berger di Monaco di Baviera, parlava nella sua famiglia tedesco, ma dei fratelli è stato l’unico a frequentare le scuole superiori in un periodo storico difficile, dove di fatto per finire gli studi, dovette trasferirsi gli  ultimi due anni a Rovereto, dove riuscì a diplomarsi. A Rovereto quindi conobbe mia madre. Rientrato a Bolzano, si sposò, riprese a lavorare nell’azienda di famiglia la ditta L. Berger  mobili.

Famiglia nella quale si parlava normalmente l’italiano e così noi tre figli, abbiamo appreso come prima lingua quella italiana.

Il problema si presentò nella scelta dell’asilo che ho frequentato in parte in Viale Venezia, in parte a Gries (asilo tedesco) , per poi iscrivermi alle elementari Rosmini, fino alla 4. Elementare compresa.

In quinta elementare, i miei genitori decisero di iscrivermi alle scuole elementari Manzoni, come introduzione alle medie Archimede.

Poi il liceo scientifico Torricelli ed infine l’Università ingegneria a Padova e poi Economia e Commercio a Verona.

Un percorso di immersione quindi in anni in cui il tutto era abbastanza pioneristico e ne ho un preciso ricordo. Un ricordo anche particolare, considerato un “Walscher” prima, un “crucco” poi.

La fortuna di avere una “Oma” formidabile, una donnona molto cordiale, con la quale trascorrevamo qualche domenica. Una Oma sempre in movimento, amante del Renon. Ricordo che salivamo con il trenino a cremagliera e trascorrevamo qualche periodo estivo con lei a Santa Maria Assunta. Allegra tra la gente, nei Gashäuser e quindi con Lei e con i nostri genitori abbiamo avuto l’occasione di immergerci nelle tradizioni e nella cultura tedesca, anche quella dialettale, come ad esempio le rappresentazioni teatrali al Lehrlingsheim.

I miei genitori decisero di farci percorrere parallelamente due percorsi didattici, prima scuola pubblica tedesca e privata il pomeriggio italiana e poi viceversa , non appena iscritti alle scuole italiane. Impegnativo.

Ricordo sempre ancore le lezioni di tedesco dalla signora Hanny Gatscher in via Carducci, le permanenze in Austria d’estate a frequentare corsi intensivi di immersione tedesca, con alunni internazionali di paesi diversi.

L’inglese  stato per me una scoperta all’Università, dove mi sono tuffato con impegno ad apprendere anche questa lingua, con laboratori linguistici, traduzioni, ecc. ma mai con una permanenza all’estero.

Di questa precoce immersione linguistica, ricordo sì qualche contrasto nell’inserimento con qualche amico di scuola, problemi poi naturalmente superati, anche per un approccio sereno in famiglia a questa cultura mistilingue vissuta con naturalezza.

Mio padre viveva nel suo mondo di lavoro immerso nel mondo tedesco, in un’azienda che portava il nome di famiglia, una famiglia nota in Alto Adige, ma nota anche nella vicinanza con la parentela Espen, anche questa originaria ed immersa in Bassa Atesina, terra mistilingue.

Ricordo qualche difficoltà nel periodo delle medie, dove forse l’impegno e la sovrapposizione linguistica aveva generato qualche titubanza nel parlare, mescolando le parole, balbettando talvolta, ma ritengo che l’esperienza sia stata comunque positiva.

Da giovane volontario della Croce Rossa, da mistilingue al pronto soccorso nell’ Ospedale vecchio e sulle Autoambulanze, ho avuto modo di essere utile nelle due lingue alla gente. Ho avuto modo di parlare nelle due lingue a medici infermieri, spesso in dialetto come loro. Giornate e notti, tra la gente della ostra terra, con naturale immersione nei diversi mondi.

Ricordo della caratteristica di pensare e sognare nelle due lingue. Spesso non ricordavo se avevo visto un film alla televisione in lingua tedesca o italiana.

Ritengo di essermi impegnato sempre a sentire viva in me la lingua “paterna”, la cultura, le tradizioni, i dialetti, che ho cercato di apprendere e parlare e molto mi ha aiutato anche la vita poi nella mia famiglia, io mistilingue, sposato con Fernanda, bolzanina italiana.

Insieme abbiamo deciso per i nostri tre figli un percorso diverso dal mio e cioè integralmente tedesco, dall’asilo alle superiori comprese.

Qualche difficoltà iniziale nell’introduzione all’asilo, ma poi strada pressoché spianata. Figli a casa a fare i compiti senza l’aiuto della mamma, indipendenti. La mamma ad udienza, in lingua italiana, ma spesso anche sforzandosi a parlare in tedesco (mia moglie possiede il patentino “A”).

La vita in parrocchia Quirein tedesca, la mia luna permanenza nel consiglio pastorale con don Pietro Giacomelli, anche lui con padre Bergamasco, il mio impegno come rappresentante dei genitori nel consiglio d’Istituto delle scuole medie Aufschneiter e poi come Presidente del Consiglio di Istituto del Liceo Classico tedesco.

Oggi con l’ultima figlia Anna al liceo artistico tedesco, sono diventato più pigro, ma ormai i figli hanno preso il volo e la loro strada.

Le estati trascorse affittando un appartamentino in un maso tedesco al Renon, immersi per quasi quindici anni in una famiglia allargata, ospiti di casa, in un rapporto particolarmente felice.

Mio figlio maggiore Christian ha deciso di voler conoscere il mondo sociale e culturale italiano e non appena ultimata la maturità, si è trasferito a Bergamo, immergendosi quindi in un altro contesto. A Bergamo ha iniziato l’Università e contemporaneamente lavorato nella mia azienda, che ha una filiale a Bergamo da quasi vent’anni.

Mia figlia Elisa, la seconda, ha studiato un anno di Università a Brunico, poi si è trasferita a Foligno ed ora ha finito il secondo anno. Felicissima di essersi tuffato un altro mondo, differente, più aperto e comunicativo. E’ certamente diverso all’Università, ma accenno ad un tentativo di analisi anche del contesto sociale.

Alberto Berger

La mia vicenda plurilinguistica penso sia abbastanza singolare, legata ai casi della vita, in un certo senso condizionata da quel percorso di educazione permanente nel quale siamo immersi.

Abitando a Trento città gli itinerari di formazione sono stati quelli classici e tradizionali dei corsi scolastici con una scarsa attenzione verso l’inglese, dovuta principalmente a insegnanti disastrosi sia alla scuola media che a quella superiore, con viaggi certo frequenti all’estero in quasi tutte le aree anglofone più battute, ma senza un reale interesse per la lingua e la sua cultura.

Dopo venticinque anni di insegnamento, la frequentazione universitaria e quella seguente di un dottorato di ricerca con una secca propensione verso la letteratura europea, hanno fatto scattare una molla decisiva a contatto con insegnanti di primo rango. Ecco allora che sono arrivati tre anni di studio della lingua tedesca che proseguirà sine die anche in vista di prestigiose traduzioni che verranno pubblicate a breve. Decisivo nel mio caso è stato il privilegio assoluto di condividere interessi latenti con Ezio Raimondi, Alberto Bertoni, Giorgio Zanetti, e essere stato accompagnato come un bambino per strada lungo un sentiero precario ma esaltante che ha cambiato la mia vita.

Al loro fianco ho scoperto amici veri in Franco Stelzer e Mauro Buffa che mi hanno svelato i segreti di una lingua che finalmente comincio a capire quando viene parlata e quando la leggo, e per la quale mi sono davvero messo in gioco andando al Goethe di Bonn sia per ricerca che per studio, tra l’altro a mie spese.
Per un trentino l’apertura verso il mondo tedesco è stata davvero esaltante anche perchè confortata da una passione non comune per i libri di varie epoche; è stato un tornare a casa attraverso una cultura straordinaria che rischiamo di perdere se non incappiamo in quegli episodi imponderabili che vanno seguiti come quando si cattura un salmone che passa solo in quel momento.

Possiamo diventare cittadini europei come i nostri figli se abbiamo l’intento grato di comprendere chi abbiamo davanti a noi, chiunque esso sia, ma dobbiamo anche sapere chi siamo. E per me la letteratura è stata la chiave di volta per entrare e perdermi per sempre nell’incanto di autori immortali noti e sconosciuti, grazie a figure in carne e ossa umanamente ricche che parlano nel presente attraverso l’inespresso del passato.

Stefano Chemelli

Sono nato a Livorno, nel novembre del 1967, da genitori anch’essi nati a Livorno. In famiglia parlavamo quindi italiano, ma senza particolari accenti vernacolari. Mi ricordo che una volta, avrò avuto cinque o sei anni, chiesi a mia madre perché molti bambini che frequentavano come me il cortile “troncavano” i verbi: vieni a vede’ (invece che “vieni a vedere”), devo anda’ a mangia’ (invece che “devo andare a mangiare”) eccetera. Anch’io lo facevo, ma per l’appunto non in modo da non rendermi conto che questo era un’eccezione alla norma. La prima lingua straniera che ho imparato è stata l’inglese. A scuola. Cominciai in prima media (tre ore settimanali) e lo studio si è protratto sistematicamente fino all’ultimo anno delle scuole superiori. Confesso che l’inglese non è mai stata la mia materia preferita e che i risultati scolastici conseguiti erano sempre modesti. Eravamo costantemente vincolati ad un libro di testo, prevaleva un approccio di tipo grammaticale e tutte le insegnanti che ho avuto non erano di madrelingua. Anche le poche esperienze di “lettorato” delle quali abbiamo usufruito non riuscivano mai a modificare questa situazione di base. Alla fine del liceo, insomma, non sarei stato in grado di conversare fluentemente “in lingua”, anche se una discreta competenza passiva ha potuto poi consentirmi di esprimermi con modesto successo nelle rare occasioni in cui ho avuto bisogno di usarla.

Il tedesco l’ho imparato allorché, verso la fine del mio studio universitario, decisi di laurearmi su un filosofo tedesco. Senza alcuna conoscenza pregressa frequentai un mese di corso “intensivo”, a Überlingen. Alla fine di quel mese avevo effettivamente acquisito alcuni rudimenti del tedesco, ma la lingua che avevo esercitato di più era stata l’inglese… (eterogenesi dei fini). La vera svolta la impressi poco dopo, grazie a una serie di borse di studio che mi permisero di recarmi per più tempo in Germania (complessivamente quasi due anni, prima a Brema e poi a Heidelberg). Il tedesco divenne così la mia “seconda lingua”. Pur riuscendo a parlarla piuttosto bene, devo dire che non sono mai riuscito a sentirla però come qualcosa di veramente “mio”. Non mi pare per esempio di essere mai riuscito “a sognare in tedesco” (per molti il segnale dell’avvenuta completa interiorizzazione di un codice linguistico diverso dal proprio). Inoltre, la mia competenza ha sempre dipeso molto dalla qualità della conversazione e degli interlocutori. Se insomma l’argomento del quale stavamo parlando era vicino ai miei interessi e le persone con le quali mi intrattenevo condividevano questo interesse, riuscivo ad esprimermi in modo decisamente migliore di quanto altrimenti accadeva di solito.

Arrivato in Sudtirolo, dieci anni fa, mi sono confrontato “da insegnante” (L2, italiano nelle scuole tedesche) con la particolare situazione della provincia. Devo dire che fin da subito ho cercato di comunicare sempre in tedesco con i parlanti di lingua tedesca, resistendo spesso a quel meccanismo di “adeguamento” alla lingua italiana che generalmente qui scatta quando i parlanti sono di due lingue diverse. Nei confronti del dialetto il mio atteggiamento è mutato nel tempo. Mentre prima provavo insofferenza e anche un certo disprezzo per il modo di parlare dei sudtirolesi, via via ho imparato a considerarlo un normale aspetto del paesaggio culturale locale. La mia competenza passiva (del dialetto, intendo) è adesso abbastanza buona, anche se non riesco a parlarlo (né provo il desiderio di farlo). Complessivamente posso dire che da quando risiedo qui il livello del mio tedesco non è migliorato. Anzi. Anche l’orientamento che avevo all’inizio (parlare tedesco con i tedeschi) è andato progressivamente sfumando verso l’uso prevalente dell’italiano. Per quanto riguarda la competenza attiva del tedesco scritto (che non è mai stata buona), il ritardo si è fatto ancora più evidente. Non scrivo mai in tedesco e se lo faccio ho bisogno che una persona di madrelingua riveda sempre il testo, emendandolo dai numerosi errori. Questi problemi li sentivo meno dieci anni fa, rispetto ad ora. Anche il conseguimento del patentino di bilinguismo A (ho avuto la fortuna di prenderlo al primo tentativo) oggi mi risulterebbe forse più difficile che allora. Molto buona, se non ottima, è invece la mia competenza passiva del tedesco scritto. Posso leggere quasi ogni tipo di testo senza grossi problemi.

Sono sposato con una donna tedesca (BRD) e abbiamo due bambini, Paolo e Milo, che sono cresciuti ascoltando fin dall’inizio le nostre due lingue. Li abbiamo quindi consapevolmente educati con quello che alcuni chiamano il metodo “una persona - una lingua”. I risultati sono ottimi e i nostri figli hanno effettivamente identificato ogni genitore con la “sua” lingua (tanto che se uno di noi parla la lingua dell’altro, loro si tappano le orecchie e ci invitano a parlare con la nostra “vera voce” ). Paolo, il bambino più grande (che adesso ha sette anni) parla indifferentemente il tedesco e l’italiano, senza alcun “residuo” di pronuncia e con una competenza lessicale e grammaticale che non lo rende diverso dagli altri bambini monolingui. Anche il piccolo (di quattro anni) è sulla stessa strada. Abbiamo fatto frequentare ad entrambi l’asilo in lingua italiana, mentre per la scuola ci siamo orientati su quella tedesca (Paolo sta concludendo il primo anno alla “Montessori” di Bressanone). Quest’ultima scelta non è stata facile, anche e soprattutto per una ragione di tipo linguistico. Per esperienza so quanto sia difficile per un bambino bilingue adattarsi ad un contesto nel quale ad una delle sue due lingue “madri” sia dato uno spazio ridotto. È inevitabile infatti che grazie al confronto con gli altri, lui cominci a sottovalutare (o a sopravvalutare) questa sua particolare capacità. Sono entrambi atteggiamenti sbagliati, che non si manifesterebbero in un ambiente scolastico in qualche modo più preparato a valorizzare il plurilinguismo.
Gabriele Di Luca

Il titolo è un po’ forte, ma il succo è quello. Stamani dunque, al Caffè Plural di Bolzano, è stata presentata alla stampa, e davanti a un folto pubblico, l’associazione Mix-ling: Eltern für una cultura plurilingue. Un breve estratto dal documento che è stato distribuito:

Jede/r von uns hat außerhalb von Südtirol Personen getroffen, die sich wundern, dass unsere Kinder keine Mehrsprachige Schule besuchen, weil es diese gar nicht gibt…

Noi, che non ci stupiamo affatto di questa situazione (conoscendo bene la storia della nostra provincia e le difficoltà legate ad una visione compiutamente e fieramente plurilingue), seguiremo con interesse l’avventura di questa associazione e daremo - come è stato anche annunciato durante la conferenza stampa - un supporto effettivo alle finalità che i promotori e gli associati si propongono.

Ecco comunque il Forderungskatalog dell’associazione:

- Wir Eltern fordern, dass in Südtirol eine zwei- bzw. dreisprachige Schule errichtet wird, die von den beiden Schulämtern gemeinsam geführt und als Zusatzangebot zu den bereits bestehenden einsprachigen Schulen verstanden wird.

- Die Einschreibung an dieser Schule soll eine freie Wahl der Eltern sein.

- Wir fordern, dass sich die Schule im allgemeinen bemüht, mehrsprachige Kinder anzuerkennen und dass sie Strategien entwickelt, um die Kompetenzen und Bedürfnisse dieser Kinder adäquat zu fördern.

- Wor fordern, dass das Land eine Untersuchung über Bedürfnisse und Wohlbefinden der immer zahlreicher mehrsprachiger Kinder durchführen lässt, damit ihre Erfahrungen als Ressource genutzt werden können und die Angebote der Schule ihren Ansprüchen angemessen werden.

- Wir wollen, dass sich die Schule dazu verpflichtet, Eltern anderer Kulturen, die bereits der Schulgemeinschaft angehören, aufzuwerten und einzubeziehen.

- Wir fordern, dass die Politik die Mehrsprachigkeit als echte Ressource zu schätzen weiß, als Investition in die Zukunft betrachtet und dass sie zu deren Förderung den Schulen die notwendigen Ressourcen zu Verfügung stellt.

- Wir fordern, dass gemeinsame Schulsprengel (Schulzentren) errichtet werden, damit Kontakte zwischen den Kindern verschiedener Sprachgruppen zum Beispiel in gemeinsamen Bibliotheken, Mensa, Turnhallen oder Höfen stattfinden können.

- Wir fordern, dass alle kulturellen Initiativen, die von den Schulen ausgehen (wie z.B. die Tanzolympiade oder der Festival Studentesco) immer an Schulen beider Sprachgruppen angeboten werden, damit der Kontakt zwischen Kindern und Jugendliche gefördert wird.

Il testo integrale del comunicato redatto dall’associazione Mix-ling e un’intervista a Anna Stecher, direttrice degli asili in lingua tedesca di Bolzano, si trova [QUI].

Si chiama “Mix-ling”, un’associazione di cittadine e cittadini appena nata per favorire l’evoluzione di un modello scolastico plurilingue. Venerdì, a Bolzano, la presentazione alla stampa. Pubblichiamo qui l’invito:

 

Siamo un gruppo di genitori di bambini mistilingue e di genitori che vogliono far crescere i loro figli e figlie a contatto con le diverse culture di questa terra.

Abbiamo fondato un’associazione con lo scopo di essere punto di riferimento per i tanti cittadini e cittadine che come noi vorrebbero un Sudtirolo condiviso.

Ci presenteremo alla stampa e quindi all’opinione pubblica

 

Venerdì 23 maggio alle ore 11.00

al Caffè Plural in

Piazza Parrocchia

  




Wir sind eine Gruppe von Eltern gemischtsprachiger Kinder und Eltern, die ihre Kinder in Kontakt mit den verschiedenen Kulturen dieses Landes aufwachsen sehen möchten.

Wir haben einen Verein gegründet, mit dem Ziel, eine Plattform für all jene Bürger und Bürgerinnen zu werden, die, so wie wir, ein ungeteiltes Südtirol erleben möchten.

Wir werden uns der Presse und der Öffentlichkeit vorstellen.

 

Am Freitag 23. Mai um 11.00 Uhr

im Caffè Plural am

Pfarrplatz

 

Raffaela Vanzetta
Sabine Knörr
Franz Schöpf

Jan Figel, Commissario europeo

In una intervista al quotidiano Alto Adige, Ján Figel, Commissario europeo all’istruzione, formazione, cultura e gioventù, a Bolzano lunedì 19 maggio 2008 in qualità di relatore principale al convegno Il ruolo delle università nell’Europa del domani organizzato dalla Libera Università di Bolzano, ha sottolineato l’importanza dell’ apprendimento precoce delle lingue. Nell’intervista Figel ha puntualizzato il ruolo che la Commissione europea e lo stesso Trattato Europeo assegnano alle famiglie, soggetti cui naturalmente spetta di attivarsi. Secondo Figel, i genitori devono portare avanti una riflessione rigorosa, facendo pressione sulle istituzioni per ottenere quello che vogliono. La richiesta, insomma, deve partire dal basso.

Un messaggio importante per Bolzano, in un momento in cui la politica è convinta, di certo non a ragione, che il plurilinguismo possa essere ancora ostacolato con i divieti e con una lettura di parte delle leggi. L’ultimo divieto, e lo conosciamo bene, è quello del Presidente Durnwalder in Giunta provinciale, lunedi’ 19 maggio. Il messaggio che giunge dall’Europa è invece confortante: le famiglie sono un soggetto e sono legittimate ad incidere sulla politica, almeno quando si parla di educazione multilingue dei ragazzi.

Ma, ecco il punto dell’intervista (di Roberto Rinaldi) a Jan Figel:

In questi giorni c’è un aspro dibattito a livello politico per l’apprendimento delle lingue già dalla prima infanzia e sull’opportunità di creare negli asili sezioni miste tra italiani e tedeschi. Che giudizio ha in merito?
«La competenza per quanto riguarda la scelta dei metodi e dei contenuti per l’apprendimento linguistico resta prerogativa nazionale o locale e non è materia della Commissione. A questo proposito, però, il nuovo trattato europeo fa riferimento al ruolo dei genitori che si devono attivare per l’apprendimento delle lingue dei propri figli. Io sono convinto che prima s’inizia a prendere contatto con l’altra lingua e meglio si apprende. La scuola materna non deve essere considerata solo come una realtà d’assistenza sociale, ma una forma di educazione dei bambini. La mia personale opinione è che è giusto far apprendere le lingue anche alle materne. Sarebbe un beneficio per tutti: italiani e tedeschi. I genitori devono fare una riflessione seria e fare pressione sulle istituzioni per ottenere quello che vogliono. La richiesta deve partire dal basso. E poi vorrei mandare un messaggio alla vostra provincia».
Dica pure…
«La gente ha paura legittime, e i politici spesso giocano con questi timori prospettando lo spettro dell’assimiliazione! Per noi, come Europa, è importante l’integrazione, la partecipazione. Serve molto impegno per creare dei talenti, anche in campo linguistico.
Integrazione non significa annullare le caratteristiche d’ogni comunità che, va da sé, devono restare specifiche. Esistono delle maggioranze e vanno rispettate le minoranze, ma queste devono cooperare insieme.
Per le comunità locali è importante educare e fornire istruzione, è un equilizzatore e integratore indispensabile della vita!».

Come riferito da un commentatore su questo blog, ieri sera è andato in onda su RaiSenderBozen un Pro&Contra tra Christian Tommasini (PD)  e Ulli Mair (Freiheitlichen). Dal blog di Christian Tommasini traggo le linee programmatiche proposte dal PD riguardo alla questione degli asili ultimamente al centro delle cronache:

- Die Demokratische Partei ist gegen Sprachtests: Die Kinder sind zu klein, das Wahlrecht der Eltern ist unantastbar.

- Das Bestehen von Problemen ist uns bewusst: Für die Kinder, die sich ausgegrenzt fühlen können, aber auch für die Organisation und Pädagogik im Kindergarten.

- Unser Lösungansatz: Bei Wahrung des im Art. 19 vorgesehenen Prinzips der muttersprachlichen Schulen (und Kindergärten) soll jeder Kindergarten die Möglichkeiten des Landesgesetzes zur Schulautonomie nutzen dürfen, undzwar:
- Wo Nachfrage besteht, können italienische Kindergärten innerhalb ihrer Organisation Sektionen einrichten, an denen neben einem italienischen Pädgagogen bzw. Pädagogin auch eine deutschsprachige Kindergärtnerin oder Kindergärtner anwesend ist und den Kindern bereits einen spielerischen Einstieg in die zweite Sprache geben kann.
- Auch an deutschen Kindergärten könnte es, wo die Eltern dies wünschen, einige Stunden in der Woche italienische Fachkräfte anwesend sein und den deutschen Kindern einen ersten Umgang mit der Zweitsprache ermöglichen.

- Dieser Ansatz vermeidet Vermischung und die Gefährdung der Muttersprache (das wäre mit dem Autonomiestatut und dem Minderheitenschutz nicht vereinbar), ermöglicht aber andererseits, die Chancen zu nutzen, bereits im Vorschulalter erste Berührungen mit der Zweitsprache zu machen - in einem Alter, welches die Sprachexperten als ideal dafür bezeichnen. Auch das Verfassungsgericht hat in seinem Urteil von 2006 diese Möglichkeit als mit dem Artikel 19 (Prinzip der Muttersprache) vereinbar erklärt. Mit einem attraktiven Angebot würden viele Eltern auch nicht vesuchen, ihre Kinder in die Kindergärten der anderen Sprachgruppe einzuschreiben.

Damit können die Bewahrung der Identitäten der Sprachgruppen und innovative Sprachlernmethoden in Einklang gebracht werden. Davon profitieren würden die Kinder, die durch bessere Sprachkompetenzen die Chancen im geeinten Europa otpimal nutzen könnten.

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